La storia del rapporto fra Carlo Ludovico Ragghianti e la Biennale di Venezia è la storia di un incontro che, se non mancato, appare ai nostri occhi incompiuto. Un’incompiutezza che accompagna in modo immanente le imprese difficili. Lo studioso raccolse l’invito a far parte delle prime commissioni per l’arte figurativa del secondo dopoguerra, quelle commissariali del 1948 e 1950 e del 1958 e 1960. Accanto a lui, negli incontri vòlti a dare forma alle mostre d’arte e alla loro organizzazione, sedevano alcuni fra i più influenti artisti e storici dell’arte italiani del Novecento: Carrà, Morandi, Longhi, Venturi e Pallucchini, fra gli altri. In quel decennio, o poco più, la Biennale fu teatro di un intricato viluppo di aspirazioni politiche e culturali, che Ragghianti tentò di orientare verso la libertà. Una libertà che poteva compiersi, soprattutto, attraverso l’affrancamento dallo Statuto d’epoca fascista, ma che andava perseguita anche mediante una rinnovata maturità espressiva, critica e metodologica. Lo studioso lucchese fu quindi protagonista del tentativo di riforma statutario e organizzativo della Biennale, promotore di letture critiche e storiografiche originali, tese a educare il pubblico a comprendere, grazie alle mostre, le forme più compiute dell’espressione artistica contemporanea in relazione ai loro precedenti storici. Giunsero così, fra le altre, le proposte espositive sui maggiori artisti dell’Ottocento europeo, e francese in particolare, sul Doganiere Rousseau, sull’arte europea della prima metà del secolo, sull’architettura e sull’industrial design, e il progetto di un’inedita mostra storica sul movimento futurista.
«Finché c'è libertà, si può lottare». Carlo Ludovico Ragghianti nelle commissioni della Biennale di Venezia
Alberto Cibin
2026-01-01
Abstract
La storia del rapporto fra Carlo Ludovico Ragghianti e la Biennale di Venezia è la storia di un incontro che, se non mancato, appare ai nostri occhi incompiuto. Un’incompiutezza che accompagna in modo immanente le imprese difficili. Lo studioso raccolse l’invito a far parte delle prime commissioni per l’arte figurativa del secondo dopoguerra, quelle commissariali del 1948 e 1950 e del 1958 e 1960. Accanto a lui, negli incontri vòlti a dare forma alle mostre d’arte e alla loro organizzazione, sedevano alcuni fra i più influenti artisti e storici dell’arte italiani del Novecento: Carrà, Morandi, Longhi, Venturi e Pallucchini, fra gli altri. In quel decennio, o poco più, la Biennale fu teatro di un intricato viluppo di aspirazioni politiche e culturali, che Ragghianti tentò di orientare verso la libertà. Una libertà che poteva compiersi, soprattutto, attraverso l’affrancamento dallo Statuto d’epoca fascista, ma che andava perseguita anche mediante una rinnovata maturità espressiva, critica e metodologica. Lo studioso lucchese fu quindi protagonista del tentativo di riforma statutario e organizzativo della Biennale, promotore di letture critiche e storiografiche originali, tese a educare il pubblico a comprendere, grazie alle mostre, le forme più compiute dell’espressione artistica contemporanea in relazione ai loro precedenti storici. Giunsero così, fra le altre, le proposte espositive sui maggiori artisti dell’Ottocento europeo, e francese in particolare, sul Doganiere Rousseau, sull’arte europea della prima metà del secolo, sull’architettura e sull’industrial design, e il progetto di un’inedita mostra storica sul movimento futurista.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


