Puccini è noto per il suo rapporto privilegiato con vari artisti: in un primo tempo i toscani raccolti a Torre del Lago intorno al Circolo 'La Bohème' (Ferruccio Pagni, Francesco Fanelli, Angiolo e Lodovico Tommasi, Raffaello Gambogi), poi Plinio Nomellini, Luigi De Servi, Leonetto Cappiello, infine, in special modo, Galileo Chini, oltre a più episodici contatti con altri pittori, scultori, scenografi. Quel che occorreva fare, traendo spunto dai meritori studi sin qui compiuti, era in primo luogo investigare l'esistenza di ulteriori legami di Puccini con il mondo delle arti e approfondire la conoscenza di quelli già indagati (e le novità emerse non sono poche); ma soprattutto riflettere sul suo gusto visivo e sull'evoluzione che esso subì nel corso del tempo, e sulle vicendevoli connessioni tra l'estetica del compositore e quella della pittura e scultura italiane dagli anni Ottanta dell'Ottocento fino alla metà del terzo decennio del XX secolo, tentando di restituire un quadro non episodico, bensì atto a delineare – certamente restando immuni da una spasmodica ricerca di 'correspondances' – i tratti e i confini di una sensibilità, di un immaginario, di un clima espressivo di cui Puccini fu volta a volta interprete, talora ispiratore, spesso intuitivo e geniale tramite. L'itinerario che ne risulta parte dal tardo-naturalismo e dall'ultima stagione scapigliata di quella Milano in cui studiò e riportò i primi successi, attraversa il paesaggismo post-macchiaiolo dei bohémiens toscani, conosce momenti fondamentali in un certo Simbolismo sognante d'inizio Novecento, in un filone artistico versiliese-ligure, nelle propaggini italiane del modernismo internazionale, per culminare nell'esotismo orientaleggiante che avrà la massima ed estrema espressione musicale in Turandot. Nell'Italia di fine Ottocento e dei primi decenni del XX secolo la figura e la personalità di Giacomo Puccini (così come di Gabriele d'Annunzio, per portare un esempio paragonabile) furono talmente rilevanti, presenti e pervasive che era necessario considerarle anche dall'angolo di prospettiva delle arti visive. Lo sforzo compiuto è stato questo, senza la pretesa di dimostrare una tesi, ma con la volontà di offrire nuovi elementi e spunti d'indagine.

Arti visive e musica nell'Italia di fine Ottocento e dei primi decenni del Novecento: il caso Puccini

Bolpagni Paolo
2018

Abstract

Puccini è noto per il suo rapporto privilegiato con vari artisti: in un primo tempo i toscani raccolti a Torre del Lago intorno al Circolo 'La Bohème' (Ferruccio Pagni, Francesco Fanelli, Angiolo e Lodovico Tommasi, Raffaello Gambogi), poi Plinio Nomellini, Luigi De Servi, Leonetto Cappiello, infine, in special modo, Galileo Chini, oltre a più episodici contatti con altri pittori, scultori, scenografi. Quel che occorreva fare, traendo spunto dai meritori studi sin qui compiuti, era in primo luogo investigare l'esistenza di ulteriori legami di Puccini con il mondo delle arti e approfondire la conoscenza di quelli già indagati (e le novità emerse non sono poche); ma soprattutto riflettere sul suo gusto visivo e sull'evoluzione che esso subì nel corso del tempo, e sulle vicendevoli connessioni tra l'estetica del compositore e quella della pittura e scultura italiane dagli anni Ottanta dell'Ottocento fino alla metà del terzo decennio del XX secolo, tentando di restituire un quadro non episodico, bensì atto a delineare – certamente restando immuni da una spasmodica ricerca di 'correspondances' – i tratti e i confini di una sensibilità, di un immaginario, di un clima espressivo di cui Puccini fu volta a volta interprete, talora ispiratore, spesso intuitivo e geniale tramite. L'itinerario che ne risulta parte dal tardo-naturalismo e dall'ultima stagione scapigliata di quella Milano in cui studiò e riportò i primi successi, attraversa il paesaggismo post-macchiaiolo dei bohémiens toscani, conosce momenti fondamentali in un certo Simbolismo sognante d'inizio Novecento, in un filone artistico versiliese-ligure, nelle propaggini italiane del modernismo internazionale, per culminare nell'esotismo orientaleggiante che avrà la massima ed estrema espressione musicale in Turandot. Nell'Italia di fine Ottocento e dei primi decenni del XX secolo la figura e la personalità di Giacomo Puccini (così come di Gabriele d'Annunzio, per portare un esempio paragonabile) furono talmente rilevanti, presenti e pervasive che era necessario considerarle anche dall'angolo di prospettiva delle arti visive. Lo sforzo compiuto è stato questo, senza la pretesa di dimostrare una tesi, ma con la volontà di offrire nuovi elementi e spunti d'indagine.
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